Intrecci Metamorfici (Venezia 2025)
 Silvia Stocchetto è un'artista il cui percorso creativo si nutre di un'intima fusione tra scienza e arte, tra osservazione analitica e visione poetica.
La sua formazione in Scienze Biologiche, arricchita da un dottorato in Biochimica e Biofisica, le ha permesso di affinare uno sguardo capace di cogliere
la minuziosa tessitura del mondo invisibile: trame cellulari, mitocondri, architetture organiche che costituiscono il respiro stesso della vita.
Questo approccio, mai abbandonato, si trasfigura in una sensibilità artistica che, lungi dal limitarsi alla mera riproduzione della realtà,
ne rivela le dinamiche segrete, traducendole in un’originale dimensione immaginifica dai tratti surreali.
 Ad aprire, in ordine cronologico, il percorso espositivo di questa mostra personale è Gru coronata (2016), un dipinto di particolare rilievo nel
percorso artistico di Stocchetto. Esso sancisce infatti l’affermazione di una grammatica visiva destinata a divenire negli anni seguenti cifra
distintiva della sua poetica.
 L'opera si impone con una forza cromatica avvolgente: un monocromo caldo pervade la composizione, immergendola in un'atmosfera sospesa, surreale,
in cui la dimensione naturale e l’immaginario si intrecciano in un equilibrio fragile e sottile.
 Al centro della scena, tra frammenti lignei fluttuanti, si staglia la figura enigmatica della gru. Il suo sguardo vigile e la sua eleganza ne fanno
il fulcro della narrazione visiva, mentre altre presenze animali affiorano dalla trama pittorica, come testimoni silenziosi di un universo arcano e
frammentato. Il legno spezzato, con le sue schegge taglienti e le sue geometrie instabili, diviene simbolo di un'esistenza in bilico tra costruzione
e dissoluzione, tra permanenza e caducità.
  Evolution 2 (2018) rappresenta un momento di transizione: la natura, ancora libera dall'aura solitaria dell’idolo che presto dominerà le opere della
pittrice, si manifesta qui in una composizione pulsante dall’impostazione corale. La dimensione simbolica della pittura si fonde con un racconto più
fluido, in cui il paesaggio si fa organismo vivo, in continua metamorfosi.
 Lo sguardo si addentra in un fitto labirinto di rami e tralci intrecciati, una selva visionaria dove nulla è statico. Linee spezzate e curve sinuose
suggeriscono un incessante processo di crescita ed evoluzione, mentre gli uccelli si fondono con la vegetazione, diventando parte di un ecosistema
vibrante e armonioso pur nella sua stessa caoticità. Il colore è essenziale in questa dinamica: le terre bruciate e i bruni dei rami contrastano con
i verdi vividi della vegetazione, generando una tensione visiva che suggerisce un flusso vitale sotterraneo, una pulsazione segreta della materia.
Nelle opere successive, questo linguaggio pittorico si definisce ulteriormente, dando vita a scenari sempre più immersivi, popolati da figure ancestrali
che incarnano la sacralità della natura. Gli "idoli" di Stocchetto emergono come totem arcaici, presenze enigmatiche che trasformano il paesaggio in uno
spazio simbolico, in cui il reale si intreccia con l'eco di antichi miti.
 In Idolo (2018), questa evoluzione si manifesta nella sua piena espressione. L'opera segna l’avvio alla poetica dell'idolo, ora divenuto icona ieratica
immersa in un labirinto vegetale di linee stilizzate e sinuose. L'uccello, con il suo sguardo fermo e il suo profilo austero, emerge da una fitta rete di
rami e steli che sembrano danzare in un ritmo musicale, sospeso tra il naturale e l'onirico. Il colore, più luminoso e vibrante, amplifica la tensione
astratta dell'opera: ocra profondi e verdi intensi si intrecciano in una sintesi visiva che unisce il mondo organico a quello simbolico. L'idolo, pur
radicato nella sua essenza animale, trascende la materia e si fa emblema, una presenza assoluta che abita un altrove senza tempo.
 Con Idolo X (2021), l'artista approda a una nuova e ulteriore evoluzione del suo linguaggio, spingendo la sua ricerca verso territori di più pronunciata
matrice surrealista. Qui la figura animale assume tratti sempre più antropomorfi, dissolvendo i confini tra umano e naturale, tra il reale e il visionario.
La composizione, complessa e stratificata, si nutre di ulteriori elementi architettonici e musicali che dialogano con le forme organiche dando vita ad un
ambiente enigmatico e magicamente sospeso.
 Gli intrecci vegetali si fanno strutture, i corpi si ibridano con strumenti musicali e frammenti lignei, delineando un imperscrutabile enigma metafisico.
 La tavolozza cromatica, delicata e sofisticata, gioca con sfumature di azzurro, ocra e terra, avvolgendo la scena in una vivida luce diffusa. L'idolo qui
non è più un'icona fissa e solitaria, ma una creatura in perenne metamorfosi, un'entità che sfida ogni classificazione e ci invita a immergerci in un
universo di sogno e mistero.
 In questo dialogo tra scienza e arte, tra osservazione e visione, Silvia Stocchetto ci invita a guardare oltre la superficie, a immergerci in un universo
in cui il microscopico diventa immenso e il reale si trasforma in un sogno. I suoi idoli ci osservano da un mondo parallelo, testimoni di una natura che
non è mai solo ciò che appare, ma che racchiude in sé il mistero della vita stessa.
Marco Dolfin
Idoli e Cartigli (Venezia 2022)
  I dipinti presenti in questa mostra appartengono a due serie a tema: quella degli “Idoli” e quella, immediatamente successiva, dei “Cartigli”.
In entrambe le serie vi è un personaggio, una figura che intitola ogni opera.
  Gli idoli sono tutti figure totemiche con teste di uccelli ad eccezione, in un unico quadro, di un “colosso” antropo-zoomorfico.
La scena negli “Idoli”, variamente declinata, è costituita da un groviglio organico, piuttosto intricato, di elementi vegetali
che alludono anche ad un “organicismo viscerale”. La figura del totem-uccello ha una duplice funzione: una “spaziale”,
nel senso di possesso e dimensionamento della composizione, e una “simbolica” in cui l’idolo-volatile è una rappresentazione
che, secondo l’artista stessa, compendia un suo “senso della natura” suscitato dalle molteplici analogie presenti nelle varietá del regno animale.
  I cartigli sono, alla lettera, figure antropomorfiche fatte di fogli di carta. La scena nei “Cartigli” non è più organica ma architettonica.
Si tratta infatti di interni, di stanze in cui agiscono degli umani “cartacei”: idea notevole per cui la “fattura preziosa” di Stocchetto apparenta
la sua pittura anche con la più alta letteratura fantastica.
  Non vi è dubbio che questi due approdi espressivi rappresentino il momento più importante sinora raggiunto dalla sua avventura d’autore.
Carlo Maschietto
GRIGio2 (Venezia 2015)
  Cosa c’è di vivo in una natura morta?
  Questo mi pare l’interrogativo che sorge dalla pittura di Silvia Stocchetto.
E' un interrogativo di tipo filosofico, certo, e, infatti, il filosofo non manca. Sornione, benevole ed enigmatico, ci dispensa l’unico sorriso della
sua vita e ci invita alla custodia del segreto, ci consegna al silenzio.
  Nel silenzio, oltre che nel grigio, sono immerse le nature morte della Stocchetto. Ma è un grigio metallico, in cui si avverte l’eco remoto
di corpi vibratili, di clangori moderni, soprattutto è un silenzio in cui, come accostando l’orecchio al suolo lungo ataviche piste di caccia,
si avverte la vibrazione sorda della terra che giunge fino a noi da tempi antichi, antichissimi e, al tempo stesso, futuribili.
I cavolfiori, i polli, gli utensili qui ritratti come in passato si ritrasse il volto umano sono, infatti, i soggetti di una pittura ultramoderna.
Più moderna di ogni moderno, la Stocchetto, simile in ciò al Pasolini poeta, li osserva “dall’orlo estremo di qualche età sepolta”, i gesti con
cui li dipinge appartengono ai primi atti di una “Dopostoria”.
  La storia che si è consumata a monte di questa pittura minuziosa e precisa, eppure non esibizionistica, non celebrativa del trionfo delle merci,
a monte di questa pittura affettuosamente malinconica, è la storia della Modernità che ha definitivamente estraniato l’uomo alla natura da cui
proviene. Non c’è più nessun residuo di naturalismo nelle nature morte di Silvia. La natura è definitivamente alle nostre spalle, abbiamo preso
congedo da essa una volta per tutte in quanto membri di una specie che reinventa e riprogetta quasi quotidianamente sé stessa da parecchi millenni.
Apparteniamo interamente al furibondo incedere prometeico e diabolico della Storia. Eppure, nell’attimo in cui Silvia Stocchetto ci dipinge nello
specchio grigio dei nostri oggetti, in quell’attimo anche la storia è terminata. I coltelli sono riposti nei cassetti, il cadavere scorticato del
pollo giace in un forno spento, il cavolfiore è scondito, gli utensili sono intonsi.
  Vale lo stesso per la figura umana: dipingendola, Silvia la risucchia nella zona morta delle sue nature morte. Irene, Luisa, Gianluca, mio padre,
mia madre, si sono già cristallizzati nell’attimo in cui entrano nello spazio pittorico della Stocchetto, sono già transitati dalla fase liquida
della materia, fase vitale, alla fase solida, a un precoce rigor mortis. Tutto in questo universo pittorico è dipinto un istante dopo la fine del
mondo. Eppure non c’è disperazione, non c’è ripulsa, quasi non c’è rimpianto. Tutto infatti, nell’universo pittorico di Silvia Stocchetto, è
dipinto un istante dopo la fine del mondo oppure, se preferite, nel primo istante della creazione. Scegliete voi, La scelta è libera,
Contrariamente a quanto accade nell’esistenza, nell’arte la scelta tra la vita e la morte è libera, provvisoria, indecidibile.
Quella scelta cruciale è perfino reversibile. Potete transitare dal regno dei vivi a quello dei morti e tornare indietro a raccontarlo.
Non è un dono straordinario?
  Il confine transitabile. La soglia. Il guado basso. In questo punto ci collocano i quadri dipinti da Silvia e in questo sta il dono che ci giunge
dalla sua pittura. Non si tratta semplicemente di natura morta come rappresentazione pittorica di soggetti inanimati. Tutto in questa pittura
viene disanimato, anche i viventi, anche i parenti più cari. Ma, simultaneamente, tutto vi è rianimato. A ogni soggetto, vivente, defunto, o mai
vissuto, perfino a quelli ancora a venire, ancora increati, è accordato in questo teatro di grigi un secondo atto, una seconda vita. Ogni cosa,
ogni persona è attratta dalla maestria di Silvia sull’orlo della sua storia, sul bordo dell’essere. Silvia dipinge sempre dimorando nella casa
dei doganieri, dal rialzo a strapiombo sulla scogliera, nel punto in cui si osserva il passaggio di chi va e di chi resta. I suoi dipinti parlano
qui e ora con l’autorità che deriva dall’essere stati là e allora. Ogni oggetto, ogni persona in essi partecipa simultaneamente al mondo dei
vivi e a quello dei morti, alla sfera visibile e a quella invisibile, Ogni sfondo è grigio ma ogni cosa è illuminata.
  E allora, secondo quanto accennavo in principio, per comprendere la vera natura di queste nature morte ultramoderne bisognerà tornare
all’antichità. A quegli asarotos (casa non spazzata) che si svilupparono in epoca ellenistica, a quelle piccole decorazioni a mosaico sui
pavimenti che rappresentavano i resti di cibo: bucce d’arancia, chicchi d’uva, scorze di limone. Quei primi esperimenti nella storia di quel
genere di pittura che abbiamo imparato a definire “natura morta” appartenevano ad un culto dei defunti: il cibo caduto dalla tavola, decorato
a mosaico sui pavimenti, era destinato ai cari estinti, ai famigliari defunti. Nessun riordino della sala dopo il banchetto, nessuna ramazza
doveva spazzarlo via perché i morti potessero continuare ad abitare le case che erano già state loro in vita, perché il varco tra il visibile
e l’invisibile restasse aperto, transitabile in entrambe le direzioni.
  Le nature morte live di Silvia Stocchetto assolvono allo stesso scopo, anche per noi qui, ora, alla fine di quella lunghissima storia:
tengono aperto il varco.
Antonio Scurati
Quelle visioni surreali dal sapore metafisico (Il Gazzettino 30/12/2015)
  Forse è stata la commistione tra gli studi scientifici e quelli artistici a condurre Silvia Stocchetto (Venezia 1969) verso una elaborata
visione ideativa frammista di elementi metafisici e surreali. Come si può vedere nei dipinti ora esposti in questa interessante mostra
organizzata dalla Municipalità di Lido Pellestrina nella molto attiva Biblioteca dedicata al mitico Hugo Pratt. Già nei ritratti realizzati
tra il 2007 e il 2011 è infatti evidente che le figure risultano immerse - al di là del realismo delle immagini – in una fissità straniante
e dunque in un’atmosfera dal sapore metafisico.
 La visione risulta poi deliberatamente accentuata quando Silvia Stocchetto, inizia, negli anni più recenti, a dipingere visioni che
solo approssimativamente potremmo definire nature morte.
 Si tratta infatti di visioni inventate, immaginate nella fantasia, che non hanno molto a che fare con la fisicità, cioè con la realtà
degli oggetti. Che vengono peraltro accostati in condizioni improbabili e irreali, giungendo nuovamente a una surrealtà metafisica
dell’immagine. Come ad esempio quella di un pollo all’interno di un forno a microonde, di attrezzi da cucina ordinatamente appesi ad uno
scolapiatti, o di un realistico radicchio rosso visto dentro un frigorifero. Ma, al di là degli elementi presi a prestito visivo,
conta soprattutto rimarcare che l’operazione viene realizzata per mezzo di una sapiente ed accurata pittura spesso fredda e livida.
Un linguaggio espressivo al quale Silvia Stocchetto crede e affida la manifestazione visiva della sua immaginazione fantastica.
Realizzando opere pervase da una sospesa ed inquietante atmosfera che, tuttavia, anziché distanziare coinvolge emotivamente il riguardante.
Confermando per tale via un’intenzione che, pur nella freddezza formale, si caratterizza come un vero e proprio evento poetico.
Enzo Di Martino
GRIGio (Trieste 2015)
  Sono probabilmente illimitate le possibilità di declinazione della natura morta. A partire da certe piccole decorazioni murali in ville romane
d’epoca imperiale, forse i primi esempi nella storia della pittura, il “genere” si riattiva continuamente, confermandosi inconsumabile.
  Il particolare realismo dei quadri di Silvia Stocchetto è certamente da inscrivere in quella così vasta e sfumata tendenza internazionale
chiamata Realismo Magico. Sebbene minuzioso e preciso, il suo realismo non ha né l’esibizionismo virtuosistico, né l’oggettualismo ottuso
dell’Iperrealismo.
  La disposizione, il montaggio e soprattutto il tonalismo metallico, plumbeo, in cui i suoi oggetti sono immersi, danno una sensazione strana
di divertimento e insieme di austerità, di affetto e di freddezza, di assurdità e di naturalezza.
Questa serie così omogenea di nature morte inscena, dunque, qualcosa di contraddittorio: come una teatralità ermetica,
sì, ma tuttavia coinvolgente; una ironica, muta “drammaturgia” domestica.
Carlo Maschietto